Non sto per scrivere un reportage di viaggio. I luoghi e le date contano, in Italia mi sento come in una stanza della mia casa. Ma contano di più che proprio in Italia, sotto il suo sole, immersa nella sua (talvolta solo epidermica) gioia di vivere, riscopro che a importare davvero sono le persone, il loro modo di essere, i loro rapporti reciproci, l’empatia, il rispetto. L’empatia non deve consistere per forza nel penetrare neisentimenti altrui; basta provare (chi prova di solito riesce) a venire incontro, basta voler guardare nella stessa direzione, anche da postazioni diverse.

È stato il viaggio della mia vita? Se mi trattengo dal chiamarlo così, è perché continuo a rifarlo. Mi sono innamorata dell’Italia, o se si vuole del paese del sole, più di venticinque anni fa. Questo mio amore è incondizionato: amol’Italia, punto finale. È sbocciato durante il mio primo pellegrinaggio a Roma. Avevo diciassette anni, non ne volevo sentire di tornare a casa. Infine mi ci dovetti rassegnare. Però mi promisi e fui di parola: non so come quando, ma ci tornerò, e di questo meraviglioso paese imparerò pure la lingua! Ci torno per lavoro e per svago, se le occasioni non si presentano da sole, me le invento, l’Italia è un paese che seguiterò a scoprire per tutta la vita.

Per i miei cinquant’anni, e per l’Anno del Giubileo, ho voluto rimettere piede a Milano, una delle città per cui stravedo. Un viaggio retrospettivo: studentessa, c’ero andata con un gruppo di amici. In quest’ultimo viaggio mi ha accompagnato la mamma. Superate le Alpi, la mamma risplende. Mi saròappassionata all’Italia succhiando il latte materno😊

Costrette a partire in ritardo, ci siamo preparate a dovere: per settimane, anzi per mesi. Alle 9,45 del 16 giugno 2025 il decollo. A bordo mi sono sentita subito in vacanza. Varsavia vista dall’alto, il cielo di un blu impeccabile, la morbidezza delle nuvole, quasi palpabile: come se fossero di panna montata. Mi è venuta la voglia di farci un tuffo. Ne ho riso come quando ero bambina e ho fatto sorridere la mamma. Le nuvole si sono meritate un servizio fotografico e una chiacchierata. Erano proprio a portata di mano.

Dopo due ore e quarantacinque minuti l’atterraggio a Milano Malpensa.Ovviamente c’è voluto un po’ prima che gli assistenti delle persone con disabilità ci accompagnassero all’uscita, dove ci aspettavano i miei amici Luciana e Giovanni: amici per la pelle da un quarto di secolo. Sempre radiosi, aperti, pieni di brio: non cambiano, sono inossidabili. Salendo in macchina cisiamo rese conto che la valigia della mamma aveva subito un danno da notificare subito all’aeroporto. Facile a dirsi: c’era lo sciopero dei ferrovieri, la gente si accalcava, avevamo fretta di uscire dal parcheggio. Ci siamo convinte che sarebbe bastata una foto. Quindi, in compagnia dei nostri amici, siamo partite per il centro. All’Hotel Ibis, prenotato qualche settimanaaddietro,siamoarrivatepiuttosto stanche.

https://all.accor.com/hotel/0933/index.pl.shtml?utm_campaign=seo+maps&utm_medium=seo+maps&utm_source=bing+maps#section-location

Registrateci, e salutati Luciana e Giovanni, ci siamo accomodate in camera o,più precisamente, in un bell’appartamento con il bagno conforme e gli spazi liberi da soglie. Insomma, tutto a norma. Nulla a che vedere con quell’albergo di Lublino e i suoi listelli malamente attaccati alle piastrelle: avrei potuto rompermici le gambe! Dopo oltre dieci giorni di vera battaglia costrinsi l’albergo a rispettare i miei diritti e a risarcirmi. Nell’albergo di Milano sono stata invece accolta da un gentile sorriso, dalla cortese attenzione, mai venuta meno, di tutto lo staff. Insomma, tutta un’altra cosa, anche nei dettagli: l’accesso alla camera e al bagno non ha creato problemi nonostante il mio deambulatoresia un po’ sovradimensionato; per ricollegarmi con internet non mi hanno mandato in camera (come a Lublino per riparare l’impianto dell’aria condizionata) una guardia giurata né mi hanno fatto scendere alla reception, ma hanno fatto salire un tecnico. Quando gli ho chiesto la cortesia di aggiustare il deambulatore in modo da farmelo piegare e rimettere nel portabagagli, ha voluto solo sapere dove si fissassero le viti. Data un’occhiata alle foto, si è sbrigato in pochi minuti.

In Italia riprendo fiato, rivivo, riposo come non riesco altrove. C’entrerà pure il sole. Ma ancor di più la mentalità; e la bonarietà, l’empatia, il buon senso. Negli ultimi decenni in Polonia sono migliorate le strutture, la gente è diventata più sensibile e attenta. Ma le assurdità tengono duro, ed è sempre verde la malapianta del non si può fare; lei cerca sempre il pelo nell’uovo; ma non è ancora contenta?

Risolti i problemi logistici di ogni trasloco, ci godiamo il nostro alloggio. Poi un riposo di breve durata: alle 18 dovevamo essere alla Scala.

https://www.teatroallascala.org/en/index.html

​​Avevamo fame. In albergo ci hanno consigliato la quasi dirimpettaia Pizzeria Tarantella. Una napoletana così buona non l’avevo mangiata da anni. https://www.pizzeriaatarantella.it/

​​Ci voleva, a stomaco vuoto non c’è cultura che tenga. Per prenotare i biglietti avevo chiamato la Scala da Varsavia. Senza crederci troppo: il tutto esaurito, i prezzi da capogiro, il deambulatore. Ero emozionata, il cinquantesimo compleanno cade soltanto una volta. Mi fecero sapere che c’erano ancora posti in platea e che avrei usufruito di uno sconto commisurato al grado di disabilità: bastava il certificato. Eh già. In Polonia si può essere idonei o non idonei al lavoro, capaci o incapaci di vivere senza essere assistiti. Il grado di disabilità? La nostra legislazione non lo contempla. Ci ho sbattuto contro la testa, ho proposto modifiche, ma è stato come combattere con i mulini a vento. Per fortuna la Scala non è stata fiscale e ha preso i miei documenti per buoni.Dopo una visita ai begli interni del Teatro, i tre atti del Sigfrido di Wagner. Parafrasando Puccini: la musica è bella, l’opera decisamente troppo noiosa. La mamma concorda. In futuro assumeremo Wagner solo in dosi ridotte. Comunque è stata una serata indimenticabile. All’uscita ci aspettava un tassì fatto venire che gradevole sorpresa!dal Teatro. In Polonia sono io che aspetto li tassì, lo aspetto a lungo, se mi va bene arriva.

Ritornate in camera, ci siamo addormentate all’istante.

Martedì 17 giugno, il mio compleanno.

Verso le nove scendiamo a fare colazione. Una ragazza ci chiede il numero della stanza, subito dopo mangiamo. A mezzogiorno dobbiamo vederci con Lidia, una bravissima insegnante che anni fa mi aiutò a Milano nella ricerca di documenti per una serie di articoli su formazione e sostegno degli allievi con disabilità nel sistema scolastico italiano. Nel 2006 ebbe a interessarsene il Ministero dell’Istruzione.

L’appuntamento è al Castello Sforzesco.

https://www.getyourguide.pl/mediolan-l139/mediolan-bilet-wstepu-do-zamku-sforza-z-cyfrowym-audioprzewodnikiem-t414400/?ranking_uuid=36dec14f-681d-4fe1-bf9b-dd6907ab321b

Con Lidia passiamo in rassegna i rapporti italo-polacchi, soffermandoci sull’epoca della regina Bona Sforza, moglie e madre degli ultimi Jagelloni. Quindi, al bar del Castello, ritorniamo al nostro primo incontro in una scuola elementare. La mamma è affascinata da Lidia e mi chiede di tradurre tutto per filo e per segno. Prendiamo un caffè, ridiamo, scambiamo contente qualche piccolo regalo. Il Castello, che al primo soggiorno non ero riuscita a vedere, è meraviglioso. Entriamo nel Museo Pietà Rondanini Michelangelo, nel Museo d’Arte Antica, facciamo qualche altro  giro, ma vedere tutto è impossibile, cominciano a mancarmi le forze. Sarà per un’altra volta😊 Congedateci da Lidia a Parco Sempione, aguzziamo lo sguardo in cerca di un ristorante. Certo,si dovrebbe mangiare lontano dal centro e dai turisti. Ma siamo sfinite. Ripariamo nel Ristorante Castello. La pizza non è un granché, ma il tiramisù ci fa sognare. Mi godo le vacanze, le sto trascorrendo in una città che amo…

Torniamo in albergo esauste, ma raggianti. In albergo tutti mi sorridono, gli sguardi sono molto cordiali. Ne capirò il perché l’indomani, stenterò a crederci, mi commuoverò fino alle lacrime.

Mercoledì 18 giugno

Ci alziamo alle 8, come al solito scendiamo a far colazione. Ripeto il numero della stanza alla ragazza di ieri mattina, è veramente simpatica, bruna, gli occhi grandi e scuri bucano gli occhiali. Si chiama Jacqueline, si accosta al nostro tavolo e dice che c’è un messaggio per me. Non me l’aspettavo. Un attimo dopo mi recapita un gran foglio: Thank you for your smile, you are so sympatic, Laura. With love, Jacqueline. Sono commossa, non so cosa dire, ci mettiamo a piangere. Sulle prime la mamma si confonde, poi le spiego. Sono felice, qualcuno ha notato, si è rallegrato della mia gioia! Forse ha intuitoperfino che sono grata di aver trovato un posto dove non ho da giustificarmi, dove non porto l’etichetta di persona con disabilità che accampa pretese invece di essere contenta dell’aiuto che le si presta. Un atteggiamento tuttora ricorrentein Polonia, dove molto è cambiato, ma devono sfondarsi porte che dovrebbero essere aperte, dove l’accessibilità rimane spesso sulla carta e ci si dimentica che i cittadini con disabilità hanno gli stessi diritti di tutti gli altri: e che esigendone il rispetto non si inventano nulla! Sotto questo aspetto, in Italia mi sento meglio. In albergo sono un ospite perfettamente normale, un ospite che come tanti altri ha le sue particolari esigenze (quelle della mia mamma sono dovute all’età), di cui si deve tener conto. Mi viene spontaneo sorridere, se ne accorgono. Jacqueline mi scriverà in italiano che il personale ci ritiene simpatiche, aperte e gentili. Mi fa piacere essere vista in questo modo da persone che lavorano duro:alla reception, al ristorante, riassettando le stanze. Con Jacqueline cercheremo di non perderci di vista, ci siamo frequentate per pochi giorni, ma le debbo molto. Accettarsi, capirsi, rispettarsi: la base è sempre questa. Agli italiani invidio inoltre la naturalezza con cui convivono con albanesi, senegalesi, indiani e stranieri di tutto il mondo. In Italia governa la destra, ma non vi ho mai sentito gridare: fuori gli immigrati! Non capisco quei polacchi che temono il diverso. Ancorché brevi, le chiacchierate con il ragazzo senegalese che per tutto il soggiorno mi ha aiutato a scendere la rampa, ci hanno arricchiti entrambi, siamo perfino riusciti a dirci qualcosa sulle nostre culture. Serbo un bel ricordo di Davide e Anastasia che, solari, mi hanno portato cornetti al cioccolato e cappuccini ben caldi prima che facessi in tempo a chiederglielo. Un Hotel Ibis come tanti (ce ne sono anche da noi), eppure straordinario. Sono sempre le persone a fare la differenza. Quelle che lavorano al mio Ibis di Milano sono eccezionali. Le ringrazio.

Oggi abbiamo in agenda Santa Maria delle Grazie e il Cenacolo. Leonardo mi affascina, lo adoro. https://legraziemilano.it/ultima-cena-cenacolo-vinciano/

Chiamo il tassì che ci porterà vicino alla chiesa. Fa un gran caldo, decidiamo di ristorarci con gelato e caffè, io anche con una caprese di mozzarella di bufala, per cui ho un debole incontrollato. Quando abbiamo finito, i dintorni della chiesa si animano. Buon per noi, si può entrare, mi ero dimenticata di controllare l’orario delle visite. Molti turisti se ne dimenticano, poi trovano chiuso e ripartono mortificati. Grazie alla Provvidenza, siamo arrivate in orario senza saperlo. La bellezza di quel che vediamo ci rapisce; siamo felici ditrovarci in uno dei grandi luoghi della nostra cultura. Per la prima volta in Italia mi confesso nella lingua locale; dopo l’assoluzione il confessore mi fa i complimenti per il mio italiano. Sono in pace con me stessa. La sera ceniamo in un ristorante a ridosso di Corso Buenos Aires con Luciana, Giovanni e la famiglia del loro figlio Marco.

https://it.wikipedia.org/wiki/Corso_Buenos_Aires#/media/File:Milano_Corso_Buenos_Aires.jpg

A sentirci parlare si direbbe che ci rivediamo spesso. Sicuramente ci vogliamo bene e la nostra amicizia ha superato la prova del tempo. La mamma aspetta bonaria e paziente di essere tradotta e ordina il risotto, io stavolta faccio a meno della pizza e scelgo la cotoletta alla milanese, una squisitezza in Polonia ancora poco conosciuta. Come si usa in Italia, e da tempo anche in Polonia nella cerchiadei miei amici, ci tratteniamo a tavola fino a tardi, mangiando e discutendo con fervore. Probabilmente a scapito di qualche pietanza, ma nessuno si sente dire:mangia che si fredda. Oltretutto non lo sopporto, pur apprezzando un bel piatto caldo, specie d’inverno in Polonia. Tornando in albergo, sorrido ai vecchi ricordi, alla Milano di venticinque anni fa. Per me è cambiata poco, la trovo bene, adesso la conosco meglio. Conserva il fascino di una vecchia città. Colgo l’occasione per dire a chi teme il nuovo, la civiltà del futuro: non se ne scappa. Tanto più che lo sviluppo è un bene.

https://it.wikipedia.org/wiki/Corso_Buenos_Aires#/media/File:Corso_Buenos_Aires_verso_piazzale_Loreto_a_Milano_(anni_1920).jpg

Non è detto che faccia piazza pulita di vecchie culture e tradizioni. Di certo va preso dal verso giusto, senza misoneismo né illusioni.

Giovedì, 19 giugno, Corpus Domini

Fatta la colazione, abbiamo in programma una visita alla Pinacoteca di Brera.

https://www.bing.com/videos/riverview/relatedvideo?q=pimacotecavdi+Brera&mid=5ADF8F7E43EC6CCFCB775ADF8F7E43EC6CCFCB77&FORM=VIRE

Come già altre volte chiedo alla reception di chiamarci un tassì. Come già altre volte arriva entro pochi minuti e il tassista (sempre un altro) è premuroso, comprensivo, pronto a venire in aiuto, sorridente. Non lo dico senza motivo. In Italia non mi debbo preoccupare se il mio deambulatore c’entri nel portabagagli, non mi sento dire: ma è  troppo grande! non potrebbe averne uno più piccolo? A qualcuno sarà pure sfuggita un’esclamazione di disappunto, seguita da un inequivocabile: Signora, il problema è mio. Scendiamo in via Brera impazienti di visitare uno dei luoghi sacri della pittura. I miei adorati Caravaggio, Hayez, Raffaello... Che gioia! Mi commuovo fino alle lacrime e mi prendo una rivincita sul passato: venticinque anni fa non ero riuscita a venirci. Il tempo è un gran signore. A conferma attraverso gli enormi spazi della Pinacoteca guidando un piccolo scooter preso in prestito all’entrata. Ne ho uno quasi uguale, me ne servo nei miei viaggi, purtroppo non ho potuto caricarlo sull’aereo. Grazie allo scooter, svelto e agile, mi concentro sui quadri i mi risparmio la stanchezza. Spostandomi come mi pare, permetto alla mamma di fare altrettanto. La maggior parte dei musei polacchi ha le sedie a rotelle. Farebbero comodo anche gli scooter. Però è anche vero che non tutti possono usarli. La visita si prolunga per un paio di ore. Usciamo con una fame da lupo ed entriamo nella prima pizzeria che capita. Niente male, ma non degna di nota. Le guide giustamente non la menzionano tra le prime venti. La Pizzeria Tarantella fa classe a sé😊 La sera stessa andiamo a messa nella chiesa di San Gregorio.

https://www.beweb.chiesacattolica.it/edificidiculto/edificio/14618/Chiesa+di+San+Gregorio+Magno+%7C+Milano+%28MI%29

Come mi ero promessa a Varsavia, il Corpus Domini lo festeggio a Milano. In Polonia ne ho fin sopra i capelli dei preti che, accecati dalla passione politica, dimenticano Dio e il Vangelo. Nel silenzio e la quiete di San Gregorio un vero pastore traccia un parallelo tra la moltiplicazione dei pani e l’offrirsi in dono. Offrire la propria persona,  il proprio tempo non a un prossimo ipotetico, ma ai propri genitori, ai nonni. L’omelia mi tocca nel vivo. L’ascolto seduta dietro a una vecchia signora su una sedia a rotelle. La donna che l’assiste, forse la figlia, controlla sorridente il gleucometro. Penso alla mia mamma, ormai anziana, che ha insistito ad accompagnarmi in questo viaggio anche da lei tanto sognato.

Dopo la Santa Messa il parroco ci viene incontro, sorride, osserva che non siamo della sua parrocchia, fa gli onori di casa. Un altro uso italiano che mi incanta. In Polonia scarseggiano purtroppo i pastori servi del Vangelo. In troppeparrocchie (non in tutte, le eccezioni ci sono) imperano i soldi e le statistiche, e i parrocchiani sono anonimi. Le prediche della domenica mi fanno spesso paura. Sono un inno alle ideologie della destra estrema, all’insegnamento di Cristo vi si accenna appena.

Seguo la Messa, mi comunico sub utraque specie. Da noi ci sarebbe ancora la processione del Corpus Domini, una tradizione in Polonia sempremolto sentita. Confesso che la sua dimensione spirituale spesso mi sfugge. Me ne infastidiscono invece la calca le preghiere troppo urlate. Un mio personale punto di vista.

Venerdì, 30 giugno

All’Hotel Ibis tutti ci sorridono, come sempre. Prima che apra bocca, Davide, il mio cameriere preferito, mi mette sul tavolo un cappuccino fumante… E alla mamma, come ieri, porta un bicchiere di latte schiumato.Anche questo giorno comincia con una colazione con i fiocchi. Il cornetto al cioccolato, portatomi bello caldo da Jacqueline, è davvero una delizia. Un normale albergo, ma straordinario. Mi ci sento capita, sorretta dall’empatia e dalla cortese professionalità di tutto il personale pronto ad aiutarmi sin dal momento in cui esco dalla stanza. Uno sguardo vigile al deambulatore, un discreto aiuto quando mi servo a tavola. Non lo debbo chiedere né pazientare che qualcuno si faccia avanti, l’assistenza di cui ho bisogno non mi stimmatizza. Mi sento seguita con simpatia, c’è sempre qualcuno contento di darmi una mano. In Polonia troppe volte sono costretta ad esigere; e a richiamarmi ai miei diritti quando, non raramente, mi viene opposto un netto rifiuto. Allora è la solita solfa: lei ha troppe pretese. Mi capita di esserne esausta, rivendicare quel che per legge mi spetta (non sono privilegi!) costa molta fatica. All’Ibis di Milano riposo. Bell’atmosfera, bonarietà, tutto normale. Respiro a pieni polmoni.

Amo il Duomo, il suo gotico mozzafiato: stiamo per andarcihttps://mediolan.pl/katedra-w-mediolanie-duomo/

Me ne affascinano la sua bellezza, le dimensioni, la storia. Non per nulla è il simbolo di Milano. Il suo gotico è permeato di elementi propri dello stile lombardo. Stiamo per rivederci, questo soggiorno abbonda di visiteretrospettive. Mi ci raccoglierò in preghiera. E dopo? Dopo al sacro si accompagnerà il profano😊. Milano è una grande capitale della moda e del lusso. Posta accosto al Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele II lo conferma con eleganza.

https://travelitalia.pl/galeria-wiktora-emanuela-ii-w-mediolanie-spacer-i-zwiedzanie

Tra poco la Galleria compirà un secolo e mezzo, ma la sua architettura non ha perso smalto, e la sua celebre copertura in vetro funge tuttora da punto di orientamento: quasi come a Varsavia il Palazzo della Cultura. Le grandi marche del lusso vi hanno i loro presidi. Ma io vi scovo una piccola libreria da cui, dopo un prolungato scartabellare, esco con una biografia e una descrizione delle opere del Caravaggio. Poi mangiamo la pizza, prendiamo il caffè, e strada facendo pure un gelato più che discreto. Mi rilasso spensierata; anche la mamma pare molto serena. Si è fatto buio, c’incamminiamo verso il posteggio dei tassì, siamo ormai stanche. Il tassista deve essersene accorto perché si ferma ben prima del posteggio e ci chiede se vogliamo salire. Annuisco, lui ci invita in macchina e si prende cura del deambulatore. Le mamma ha le lacrime agli occhi, io, grata, sorrido. Ci siamo mosse troppo, le gambe mi fanno male. Partiamo, dalla parte dell’autista il finestrino è semiaperto, ci raggiunge il brontolio dei clienti in attesa. Il nostro tassista abbassa ancora il finestrino e urla una brutta parolaccia. Mi metto a ridere. Impacciato, il tassista si scusa. Gli dico che non è proprio il caso, anzi, lo ringrazio nuovamente di essersi fermato e di averci fatto risparmiare altra fatica. Ribatte: ci mancherebbe, qui comando io. Nessuno sa meglio di me quanto siano diversi i tassisti polacchi.

Chiacchieriamo per tutta la corsa, ha già capito che siamo polacche. È di madre olandese, si è messo a studiare l’inglese. Scherziamo, traduco per far entrare nel discorso anche la mamma. Sotto l’albergo dico: Studiando l’inglese non trascuri le parolacce. Scoppiamo a ridere. Ritarda la partenza, parliamo ancora un po’.

Sabato, 21 giugno

Ci dispiace che il nostro soggiorno a Milano pian piano stia per finire. Oggi abbiamo in agenda alcuni punti cui tengo abbastanza. Il tassì si ferma in Corso Buenos Aires 19 davanti a un negozio United Colors of Benetton. Non mi propongo di farvi degli acquisti, in Italia da Benetton ci entro per puro piacere, i negozi italiani hanno più merce di quelli che la catena gestisce in Polonia. In un Benetton polacco, nel periodo dei saldi di fine stagione, mi è pure successo di comprare dei capi difettosi. Nessuna mi aveva avvisata. Che delusione! Nonostante il rimasta, mi è rimasta. Oggi m’interessano i pantaloni, soprattutto i blue-jeans. Penso di darci solo un’occhiata, in Polonia i negozi hanno cabine di prova troppo strette per farci entrare uno sgabuzzino, per non parlare di una sedia, di un’assistente, di un minimo di intimità. In Corso Buenos Aires mi saluta una gentile commessa. Vorrebbe vedere qualcosa? – Sì, dei pantaloni. Per cominciare ne toglie dalle grucce due paia. Le piacciono? – Sì, ma le guardo soltanto, provarle sarebbe difficile.E perché? La prego, venga in cabina

https://it.benetton.com/l/jccxucb-stores.html

Mi assistono due sue colleghe, altre due mi riforniscono di pantaloni. La mamma se ne sta accanto, mi dice cosa mi sta bene, cosa no, stenta a capacitarsi di tanta premura. Due signore mi aiutano a mettere e a togliere i pantaloni, a ogni prova mi mettono e mi tolgono pure le scarpe, attente a non lasciarmiscalza sul pavimento. Quando è così, mi commuovo comprando i pantaloni. A un certo punto mi pare di cominciare a stufarle, se ne accorgono e fugano le mie ansie: Non si preoccupi. Siamo qui fino alle 20, prendiamocela comoda. Tutti gli atomi del mio corpo pullulano di gioia. Sono una cliente come le altre, vado seguita per come sono. Nessuno si spazientisce, nessuno è scontento, nessuno mi mette fretta. Tutti mi aiutano, mi sorridono, mi capiscono, ci sanno fare. In Polonia troppi commessi e commesse sono studenti assunti a tempo determinato, per una stagione: forse anche per questo non si degnano di distinguere un cliente dall’altro, non gli interessa. Essere accolta come lo sono stata in Corso Buenos Aires? Meglio toglierselo dalla testa! Pertanto in Polonia prima compro e per provare vado a casa. Prima pago, poi, visto a che a naso faccio spesso cilecca, mi dimeno per rendere la merce. Una spesa, una rottura, un’umiliazione, una perdita di tempo. Da Milano porto a casa due paia di pantaloni e un grato ricordo del personale del negozio di Corso Buenos Aires, che ringrazio di cuore.

Domenica, 22 giugno

Questo è l’ultimo giorno che trascorreremo per intero a Milano. Ci proponiamo di fare una passeggiata, di pranzare al ristorante e di andare a messa nella chiesa di San Gregorio. Ma c’è ancora da sostituire la valigia atterrata a Milano mezza rotta. La mamma decide di andare da sola in un negozio dell’onorata ditta Carpisa, dalla quale ci serviamo da anni. All’occorrenza mi farà un colpo di telefono. Lo fa prima del previsto: la commessa rifiuta di rilasciare la fattura. Ci parlo, dice che è impossibile perché non sono italiana.Mi richiamo all’Unione Europea, al diritto comune, alla trasmissione dei dati. Fatica sprecata. Per fortuna alla compagnia aerea basterà lo scontrino. Degli acquisti milanesi fatti da Carpisa siamo contente: la mamma della sua valigia, io dello zaino, della borsetta e di due foulard. Cionondimeno il negozio di Corso Buenos Aires non lo consiglio. https://www.bing.com/images/search?q=Carpisa&form=RESTAB&first=

Peraltro, quello delle fatture internazionali continua a essere un problema. In Polonia lo si risolve assai meglio. Per quanto riguarda i pagamenti elettronicio la raccolta dei documenti a beneficio dei clienti, siamo molto avanti.

È l’ora di pranzo. Al ristorante Mamma Rosa

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ci regaliamo un’ottima carbonara e un bel piatto di verdure grigliate, che non sono da meno. Il cameriere, un signore molto distinto, ormai in là con gli anni, si è preso cura del deambulatore, mi ha aiutato con gentilezza a salire le scale e ci ha indicato il tavolino. Dopo mangiato raggiungiamo a piedi la nostra chiesa.La sera facciamo le valigie.

Lunedì 23 giugno

Detesto lasciare Italia. La mamma si concede ancora un giro in tram, io prendo un cappuccino nel giardinetto dell’albergo. Saluto Jacqueline e tutto lo staff. Aspetto Luciana e Giovanni, che stavolta ci accompagneranno all’aeroporto per farci partire. Spaccano il minuto. Il decollo sarà ritardato da raffiche di vento e da un acquazzone. Durante il volo si scatena una tempesta. Per la prima volta le turbolenze mi fanno venire un po’ di paura. Nella mia casa di Varsavia mi aspetta il mio adorato e fedele gatto Bonifacio, che per giunta è rosso. Avrò bisogno di un paio di giorni per riambientarmi.

Traduzione: Leszek Kazana